Intervista al presidente Federolio, Giuseppe Masturzo

Dopo la  riunione della  filiera olivicolo - olearia, il punto con Giuseppe Masturzo, presidente Federolio.

 

L’olivicoltura italiana  è in crisi. Considera questa coltura al capolinea o ci sono margini di sviluppo?

Ci sono due importanti elementi che rendono indispensabili consistenti investimenti in  olivicoltura:

Il prodotto italiano manca. Quest’anno mancheranno 800.000 tonnellate di prodotto italiano, rispetto a quanto commercializzato dalle ditte nostre in Italia ed all’estero.

Come sappiamo, stiamo vivendo una campagna particolare, ma la carenza di olio italiano è strutturale; il deficit è di circa 600.000 tonnellate/anno, il 60 % del totale. Conseguenza di ciò è che tutto l’olio italiano viene venduto, e a prezzi notevolmente superiori rispetto al prodotto estero di pari qualità;

la coltura dell’olivo è una coltura che  produce reddito. Non è possibile però mettere il carro davanti ai buoi, dire che non  si investe in olivicoltura perché non c’è reddito per l’olivicoltore. Il reddito è conseguenza degli investimenti e non viceversa.

Secondo Federolio ogni risorsa disponibile deve essere indirizzata all’ammodernamento e potenziamento dell’apparato produttivo.

No alla promozione ( non ha senso creare ulteriore domanda per un prodotto che già scarseggia gravemente);

No soldi a pioggia;

Occorre non solo qualità, ma quantità nella qualità.

La tradizione ed il saper fare italiano possono essere il volano della svolta?

Soprattutto all’estero:

poiché ci vorranno anni, dai cinque ai dieci, per recuperare , almeno in gran parte le posizioni perdute;

dò per scontato il maggior  grado possibile di informazione al consumatore, di trasparenza, di lotta alle frodi di ogni tipo;

Sono amministratore di un’azienda olearia costituita nel 1923. Operiamo da sempre in Basilicata dove diamo lavoro a 53 unità.

Quando per necessità, non per scelta, siamo costretti a commercializzare olio extra vergine non italiano, restiamo pur tuttavia un’azienda italiana?

Secondo la Federolio dovrebbero distinguersi tre  livelli differenti:

1)      Primo livello, più alto: impresa italiana che commercializza olio italiano prodotto in Italia da olive italiane;

2)      Secondo livello: impresa italiana, dilocata in Italia, che commercializza anche olio non italiano;

3)      Terzo livello: impresa estera dislocata all’estero che commercializza prodotto estero con marchio estero.

Se la risposta alla domanda precedente è “si”, anche le imprese che operano, in tutto o in parte, al secondo livello devono essere sostenute, soprattutto all’estero, in modo che possano essere preferite alle imprese estere che commercializzano olio estero.

In tal caso occorre, ripetiamo, soprattutto all’estero, un sigillo, un riconoscimento che premi il  “ saper fare italiano”.

Se la risposta alla domanda precedente è invece “no”, conseguenza inevitabile sarà la perdita di quote di mercato.      

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